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martedì 9 giugno 2015

La tragedia del “Freccia di Messina” - Le vittime potevano essere decine.



11 giugno 1986
La tragedia del “Freccia di Messina”

Sessantatre persone sull'aliscafo, compresi i 6 dell'equipaggio: tre morti e trenta feriti. Questo il bilancio definitivo della prima tragedia che ha coinvolto gli aliscafi in servizio tra Milazzo e le Isole Eolie. L'efficienza dei soccorsi impedì che il “freccia di Messina” aliscafo della Snav, incendiatosi, a tre miglia da Capo Milazzo, si trasformasse in una gigantesca bara galleggiante. Le vittime potevano essere decine.
Ma andiamo per ordine:
subito dopo la partenza da Milazzo, a circa tre miglia dal Capo, una signora ha gridato di sentire puzza di bruciato. Mentre gli uomini dell’equipaggio iniziavano i controlli del caso, viene aperta la botola della sala macchine ed usciva il  motorista. Ma l’incendio, evidentemente, stava covando proprio laggiù, tra cavi, tubi e motori. L’apertura della botola (l’entrata dell’aria fini con l’alimentare il fuoco) fa da detonatore. Dalla stessa botola escono, infatti, lingue di fuoco che hanno subito attaccato la grande cabina. I passeggeri, terrorizzati, hanno cercato di guadagnare l’uscita, spingendosi disperatamente e calpestandosi.

Erano le due e un quarto ed eravamo salpati da 25 minuti — racconterà Francesco Romeo, comandante dell’Aliscafo  —, a poco più di tre miglia da Capo Milazzo, i primi segnali che qualcosa non andava. Con gli estintori abbiamo cercato, inutilmente, di soffocare il primo focolaio di incendio. Contemporaneamente, abbiamo invertito la rotta tentando di tornare a Milazzo. Ma ci siamo mossi solo per qualche minuto. Tutto senza possibilità di metterci in contatto con la terraferma. La radio di bordo non funzionava, forse il fuoco aveva bruciato i fili. Abbiamo impiegato parecchi minuti prima di stabilire un collegamento ausiliario e riuscire a lanciare l'SOS. Ci siamo prodigati con tutti i mezzi per aiutare i passeggeri, ma un principio di asfissia ci ha impedito di fare di più. Sono stato l’ultimo a gettare la cima a quelle poche persone rimaste all’interno dello scafo, due o tre persone, non di più. Ad alcuni abbiamo dato il salvagente, agli altri non c’è stato verso di indurli a gettarsi in acqua. Appena scoppiato l’incendio, ho messo controvento l’aliscafo per impedire che il fumo ci soffocasse.

Intanto, nell'attesa del soccorsi, l'aliscafo era avvolto dalle fiamme. Il comandante dava l'ordine di lanciarsi in mare. L'equipaggio si dava da fare per calmare i passeggeri ormai in preda al panico. Venivano gettati in acqua gli “atolli”, i grossi salvagente che consentono a molte persone di tenersi a galla, contemporaneamente, in mare. Ormai però il fuoco era inarrestabile. Intanto i passeggeri cercavano scampo dal fuoco in ogni angolo dell’aliscafo. Poi, i più giovani, hanno cominciato a buttarsi in acqua.
Il mare era a forza 4. C’è chi si buttava in acqua e chi non se la sentiva, come Gaetano Russo, 60 anni, che assieme ad altri quattro passeggeri rimaneva a prua mentre il fuoco divorava l’aliscafo e sarà salvato dall’equipaggio d’una motovedetta della Guardia di Finanza.

Il segnale di soccorso lanciato dal capitano, veniva, intanto, raccolto a terra, dal traghetto “Bellini”, da almeno due o tre mercantili e da motoscafi di altura che transitavano nella zona. È stato subito un accorrere generoso. L’aliscafo “Freccia di Sicilia”, che, proprio in quel momento, incrociava il mezzo “gemello”, si era fermato di botto e si era avvicinato lanciando in mare salvagente, funi, battellini autogonfiabili e tutto quanto poteva galleggiare. Sul “Freccia di Messina”, nel frattempo, il fuoco aveva raggiunto proporzioni gigantesche e non c’era più un angolo per ripararsi. Molti passeggeri, erano aggrappati sulle scalette e sulle strutture della poppa, facevano grandi gesti e continuavano a buttarsi in mare. Dall’aliscafo “Freccia di Sicilia”, intanto, si erano buttati in mare anche un gran numero di volontari, oltre ad alcuni uomini di equipaggio.

Scene di panico ed episodi di grande coraggio. Benedetto Calcò ,viaggiava con la zia e la sorellina Anna di 8 anni, “L’ho portata, per minuti che mi sono sembrati eterni, sulle spalle, cercavo di stare a galla in attesa che arrivassero i soccorso. Poi finalmente sono arrivati ed è stata la fine di un incubo”. Salvatore D'Alia, 80 anni, rimane in balia delle onde per oltre mezz'ora prima di esser tratto in salvo. Stefano Tani, romano, salva se stesso e una bambina di pochi anni, Paola Montresor, che stava per annegare.
Lo SOS era stato già raccolto anche dal Comando militare marittimo autonomo della Sicilia, dalle stazioni radio dei carabinieri, della polizia e dei vigili del fuoco. Si levavano in volo due elicotteri della Marina, un elicottero dei carabinieri e uno della polizia. Prendevano il largo anche alcuni rimorchiatori e motovedette della capitaneria di Porto di Messina e di Milazzo e anche le fregata “Grecale” e i dragamine “Vischio” e “Giaggiolo”. Da Martinafranca partivano poi alcuni elicotteri dell’Aeronautica militare. Intanto, a bordo dell’aliscafo, il dramma volgeva ormai all’epilogo. Gli ultimi passeggeri a buttarsi a mare erano i più anziani, ma alla fine tutti erano in acqua, compresi gli uomini dell’equipaggio e il capitano, uno dei marinai, tra l’altro, aveva un braccio orrendamente fratturato. Il ritardo a buttarsi fuori bordo dall’aliscafo era stato fatale per le tre vittime Adele Di Pietro, 60 anni; Aurelia Leone, anche lei sessantenne; Angela Manasseri, di 55 anni, di San Fratello.

La Manasseri e la Leone, aggrappate alla scaletta di poppa, quando l’hanno fatto avevano i vestiti che stavano già bruciando. Erano, quindi, già orrendamente ustionate. I soccorsi le hanno ripescate in acqua quando, ormai, non c’era più niente da fare ed è stato difficile anche identificarle perché, trascinate dalle onde, avevano perso vestiti e documenti.
Lentamente, tutti coloro che si trovavano in mare, venivamo comunque soccorsi, ad uno ad uno, dagli uomini dell’ormai imponente gruppo di barche, navi e motoscafi e rimorchiatori che continuavano a giungere nella zona, mentre il “Freccia di Messina” continuava a bruciare.
Tutti i naufraghi vengono trasportati all'ospedale di Milazzo; i feriti erano tutti in buone condizioni e nei due giorni successivi lasceranno l’ospedale.

Gli elicotteri hanno continuato, per ore, a rimanere sul posto insieme al naviglio militare alla ricerca di eventuali superstiti. A lungo, infatti, si è temuto che vi fossero altre vittime o altri passeggeri dell’aliscafo che aspettavano disperatamente aiuto in mare. Sul numero dei passeggeri non c’era incertezza, ma i bambini, per esempio, non pagano biglietto sugli aliscafi e non vengono registrati. Poteva anche darsi che qualcuno di loro, nei drammatici minuti dell’incendio e nel corso della disperata fuga dalla cabina dell’aliscafo, fosse caduto o fosse stato calpestato. Anche sui “salvati” a lungo, erano state date notizie contraddittorie. In un primo momento pareva che i dispersi in mare fossero una ventina e si è temuta una tragedia di più vasta proporzioni. Poi, poco alla volta, si era capito che molta gente aveva preferito non presentarsi in ospedale o segnalare la propria presenza alla polizia. Il relitto dell'aliscafo, trainato nel porto di Milazzo, era un ammasso di rottami irriconoscibili, L'incendio, sviluppatosi nella sala macchine, aveva ridotto l'aliscafo ad una chiatta. Il Freccia di Messina, apparteneva alla classe, PT 50, capace di 140 posti, 70 miglia orarie di media, era stato costruito nel 1959 nei cantieri Rodriguez di Messina.

Le testimonianze di molti superstiti non erano concordi, a volte risultarono addirittura antitetiche, inconciliabili. Secondo alcuni la condotto dall’equipaggio, lo spirito di sacrificio del comandante, la tempestività dei soccorsi meritava un otto pieno. Altri superstiti affermano che andrebbero bocciati tutti senza pietà. Uno dei superstiti, Fabio Montresor, ex macchinista delle Ferrovie dello Stato, da Vigase il provincia di Verona, in vacanza assieme alla moglie, le figlie ed il genere, dichiarava: “alle 14,10 si è visto un filo di fumo. Ho sentito qualcosa che non posso definire botto, forse si avvicina più a qualcosa simile a una sberla sull’ala. Appena accortici del pericolo ci siamo precipitati ad aprire l’oblo per ripararci dal fumo. Il comportamento del capitano? Non si sono certamente comportati come stabiliscono i dettami della gente del mare, hanno gettato i salvagente in un mare agitato e hanno immediatamente preso il largo. Si, il capitano l’ho visto gettarsi per primo ed eravamo rimasti in tanti a contatto con le fiamme. Io non lo so se ha aiutato qualcuno, ma lo ripeto, a bordo c’era tanta gente”.

Nei giorni successivi all’incidente un mitomane telefona alla redazione dell'Ansa di Palermo dicendo: «Rivendichiamo l'attentato sull'aliscafo». L'uomo, che parlava senza alcuna inflessione dialettale, ha detto di essere il portavoce del «Gruppo armato Italiano per la rivendicazione della Libia».
L’uomo aggiungeva che la sciagura è stata frutto di un attentato della sua organizzazione, il primo di una serie di azioni terroristiche, programmate per i prossimi giorni. La rivendicazione viene valutata con molta cautela dagl'inquirenti. L'ipotesi dell'attentato, presa in considerazione in un primo momento (uno dei passeggeri aveva udito un boato prima che si sprigionassero le fiamme nella sala macchine), si è ben presto rivelata inconsistente. Tuttavia gli investigatori esclusero qualsiasi particolare importanza alla rivendicazione perché dai primi accertamenti sulle cause che avevano determinato l'incendio non erano emersi elementi che confermavano un eventuale attentato.

Alcuni giorni dopo si verificò un altro incidente e soltanto il pronto intervento dell’equipaggio evitò una nuova tragedia.
La tragedia era stata sfiorata a bordo di un aliscafo della Snav nel canale tra Milazzo e Vulcano. La «Freccia di Sicilia», che era stata tra i primi mezzi a soccorrere l'aliscafo Incendiatosi mercoledì scorso, partito da Milazzo questa mattina alle ore 7,09 per Vulcano, Lipari e Salina con 135 passeggeri, tra i quali 20 bambini, a tre miglia da Capo Milazzo, all’incirca nello stesso tratto di mare della tragedia che si è appena consumata, ha sfiorato un altro dramma. Improvvisamente si e rotta la pompa di raffreddamento dell'acqua e, se non si fosse intervenuto celermente, quasi sicuramente il natante avrebbe preso fuoco. Tempestivo è stato l'Intervento dell'equipaggio sceso con gli estintori nella sala macchine. E' stato cosi evitato il peggio. L'aliscafo, con un solo motore, è rientrato a Milazzo.

Il giorno dei funerali a Lipari il consiglio comunale proclama il lutto cittadino, in tutte le isole scuole e negozi rimangono chiusi. I funerali delle due vittime della sciagura, quelli di Aurelia Leone e Adele Di Pietro,  a Pianoconte e a Quattropani si svolgono di fronte ad una folla commossa e silenziosa, ciò non evita le polemiche. Sott'accusa erano la precarietà dei collegamenti fra Milazzo e l'arcipelago delle Eolie, fino al giorno prima legate al funzionamento dei servizi, dopo la tragedia si aggiungevano anche i timori per la sicurezza dei passeggeri amplificati dall’incedente del giorno successivo.

Ero sull’aliscafo “Freccia di Sicilia” è non dimenticherò mai quello che ho visto quel giorno; l’aliscafo in fiamme, la gente attaccata alle sbarre di poppa dell’aliscafo che bruciava, lo sguardo impaurito e pieno di panico di tante persone che conoscevo. L’abbraccio liberatorio quando li abbiamo tirati a bordo.
 

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