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lunedì 15 giugno 2015

Guy de Maupassant - La vie errante del 1890 - Viaggio nelle Isole Eolie



Guy de Maupassant

In viaggio verso l'Africa, Guy de Maupassant giunge in Sicilia nella tarda primavera del 1885. E vi resta poco meno di due mesi, che vive con un particolare impeto, come testimonia la cronaca che ne lascia, pubblicata in stesura definitiva nel volume La vie errante del 1890. Ecco la descrizione delle Isole Eolie.

Ma esiste su un'altra costa dell'isola, o meglio ad alcune ore dalla costa, un fenomeno naturale tanto prodigioso che, quando lo si vede, fa dimenticare perfino le miniere avvelenate in cui si uccidono i bambini. Voglio dire di Vulcano, fiore fantastico di zolfo, sbocciato in pieno mare. Si parte da Messina, a mezzanotte, in un sudicio battello a vapore, dove i passeggeri di prima classe non trovano nemmeno panche per sedersi sul ponte. Nessun alito di vento; solo il movimento della nave turba l'aria calma, dormiente sopra il mare.

Le rive della Sicilia e della Calabria esalano un odore così forte di aranci fioriti, che l'intero stretto ne è profumato come una camera di donna. Presto, la città s'allontana, passiamo fra Cariddi e Scilla, le montagne si abbassano dietro di noi, e, sopra di esse, appare la cima schiacciata e nevosa dell'Etna, che sembra ricoperta d'argento al chiarore della luna piena. Poi si sonnecchia un po’, cullati dal rumore monotono dell'elica, per riaprire gli occhi alla luce del nascente giorno. Ecco laggiù, davanti a noi, le isole Lipari. La prima, a sinistra, e l'ultima, a destra, mandano in cielo un denso fumo bianco. Sono Vulcano e Stromboli. E fra questi due vulcani, si scorgono Lipari, Filicudi, Alicudi, e alcune isolette molto basse.

Subito dopo, il bastimento si ferma davanti all'isola e alla cittadina di Lipari. Alcune case bianche ai piedi d'una grande costa verde. Nulla di più, neanche un albergo, poiché nessun forestiero sbarca mai.
L'isola si mostra fertile, attraente, circondata da rocce suggestive, dalle forme strane, d'un rosso intenso e dolce. Vi si trovano acque termali che furono un tempo frequentate, prima che il vescovo Todaro facesse abbattere i bagni ch'erano stati eretti, al fine di sottrarre la propria zona all'affluenza e alle influenze degli stranieri.

Lipari si chiude, a nord, con una curiosa montagna bianca che, da lontano, sotto un cielo più freddo, potrebbe scambiarsi per una montagna innevata. Ed è qui che si estrae la pietra pomice per l'intero mondo. Noleggio quindi un'imbarcazione per andare a visitare Vulcano. Sospinta dà quattro rematori, essa segue la costa fertile, coltivata a vigne. I riflessi delle rocce rosse nel mare azzurro sono pittoreschi. Ecco lo stretto che separa le due isole. Ed ecco il cono di Vulcano che, sommerso fino al capo, affiora pian piano dalle onde.

E’ un isolotto selvaggio, la cui vetta raggiunge circa 400 metri e la cui superficie copre circa 20 chilometri quadrati. Occorre aggirare, prima di raggiungerlo, un altro isolotto, Vulcanello, emerso d'improvviso verso il 200 avanti Cristo, e collegato al fratello maggiore da una stretta lingua di terra, spazzata dalle onde nei giorni di tempesta.
Eccoci allora in fondo a una baia piatta, davanti al cratere fumante. Ai suoi piedi, una casa abitata da un industriale Inglese, che per fortuna in questo momento dorme, altrimenti, mi dicono, non potrei scalare il vulcano che lui governa. Traverso un grande orto, poi alcuni vigneti, proprietà dell'Inglese, poi ancora, un vero bosco di ginestre di Spagna fiorite. Si direbbe un immenso drappo giallo avvoltolato sul cono acuminoso, il cui capo è pure giallo, d'un giallo abbacinante sotto il sole che splende. Comincio a risalire uno stretto sentiero che serpeggia nella cenere e nella lava, scosceso, scivoloso, duro. Come i torrenti che in Svizzera si vedono scorrere dall'alto, qui e là si scorgono rivoli di zolfo indurito spandersi dai crepacci. Si direbbero dei ruscelli incantati di luce e di sole. Raggiungo finalmente, sulla vetta, una larga piattaforma attorno al grande cratere. Il suolo trema, e, davanti a me, da una apertura grande quanto la testa d'un uomo, scappa con violenza un getto enorme di fiamme e di vapori, mentre si spande dai bordi del foro lo zolfo liquido, dorato dal fuoco. Attorno alla fantastica sorgente si forma così un lago giallo, che presto s'indurisce. Più lontano, altre fessure emettono vapori bianchi che salgono lenti nel cielo blu.

Avanzo con timore sulla cenere calda e sulla lava, fino al bordo del grande cratere. Nulla di più stupefacente può colpire l'occhio umano.
In fondo all'immensa cavità, chiamata «la Fossa», larga cinquecento metri e profonda duecento circa, una decina di fessure giganti e di enormi buche arrotondate vomitano fuoco, fumo e zolfo, con indicibile fragore. Si scende lungo le pareti dell'abisso, giungendo ai bordi delle furiose bocche. Tutto è giallo intorno a me, sotto i miei piedi e sopra di me, d'un giallo che confonde e acceca. Lo sono il suolo, le alte pareti e perfino il cielo. Il sole spande nell'abisso muggente la sua luce infocata che il calore della conca di zolfo rende dolorosa come un'ustione. Si vede ribollire il liquido giallo che scorre, si vedono sbocciare curiosi cristalli, schiumare acidi rilucenti e strani sull'orlo delle labbra rosse dei focolai.

L'Inglese che dorme ai piedi del monte, raccoglie e vende questi acidi, questi liquidi, come ogni altra cosa emanante dal cratere; giacché tutto questo vale, a quanto pare, denaro a iosa.
Ritorno lentamente, ansante, soffocato dai terribili soffi del vulcano, e risalito presto alla sommità del cono, avvisto le isole Lipari sgranate sulle onde. Laggiù, davanti, si eleva lo Stromboli, mentre, alle mie spalle, l'Etna gigantesco sembra scrutare da lontano figli e nipotini.
Al ritorno, avevo scoperto dalla barca un'isola nascosta dietro Lipari. Il battelliere la chiamò “Salina”. È su di essa che si produce il famoso vino di Malvasia.
Ne volli bere allora una bottiglia, alla sua stessa fonte. È proprio il vino dei vulcani, denso, dolce, dorato, talmente pregno di zolfo che fino a sera ve ne rimane il gusto. Si direbbe il vino del diavolo.

Il sudicio vaporetto che qui mi ha portato mi conduce via. Prima, guardo lo Stromboli, alto e rotondo, con il suo capo fumante e i suoi piedi che affondano nel mare. E un immenso cono che si erge sulle acque. Sui suoi fianchi, si distinguono alcune case attaccate come conchiglie marine su uno scoglio. Poi i miei occhi si volgono verso la Sicilia dove ritorno (....).

Per approfondimenti:
Giuseppe La Greca, Nel Regno di Efesto, Edizioni del Centro Studi Eoliano, Lipari, 2009.
 


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