TRANSLATE

CLICCA E SCOPRI DI PIU'

venerdì 1 novembre 2013

Poesie tratte dalla silloge “ANUDA” di Davide Cortese (Aletti Editore, Roma, 2011)



Davide Cortese
"ANUDA"

*

Sotto la pelle ho scorribande di inquietudini,
migrazioni e fughe di desideri,
vagabondaggi di tristezze.
Sotto la pelle, senza pietà,
una solitudine di fuoco brucia
le mie brulicanti moltitudini.
Un’ algida fiamma
mi lambisce con verità crudeli.
Un fuoco senza amore
che brucia come l’amore.
La mia pelle è cenere di poesia,
il mio cuore un carbone acceso,
un rovente pane nero
per la fame di un demone arcano.
Sono la bacca di un dolore che sorride.
La fiaba nera di una donna di neve.
Custodito da un segreto, io,
respiro il sale di un viaggio proibito.
Accarezzo lo spettro dell’amante,
insieme taciamo tutto il mio canto.


*

Arciere nero che scaglia frecce iridate,
arciere bello e dannato
che punta dritto allo sterno di dio,
che pianta la sua freccia nell’osso
e vi lega il suo vessillo di rabbia,
che cerca nel cielo un’ incrinatura
per vedervi sanguinare compassione,
che geme della fuga del suo dardo
carezzando l’arco con tenerezza,
che tende il braccio e stringe con le dita
l’attimo della verità, il luccichio della vita.


  *

Non c’è tribù che segni a dito la mia tenda
chiedendosi perché non vi ho ancora fatto ritorno,
né accademia, né chiesa,
che nel mio nome moduli un suono di discepolo.
Ululo da solo alle mie lune.
Non cercare nell’incedere del branco
il baluginio del mio vello scuro.


*


Il carillon di silenzi
su cui lento si muove
il mio invisibile carnevale.
La mia vita invisibile
così satura di visibili venti.
La voce di pietra
della mia anima di vetro.
La danza di nube,
eterna e bambina,
della invisibile mia malinconia.
Vorrei che tutto e questo
tu lo vedessi davvero.
E che tu, e tu sentissi
ciò che la vita mi dice in segreto.
Allora sapremmo sorriderci.
E l’amore saprebbe toccarci.

*

Ho infilato l’anello al dito del maelström
e ne ho sposato lo splendore nero,
nel cavo delle mani del samurai bambino
ho adagiato il pettine di corallo di sua madre
e lontano nel tempo con una donna di silenzio
ho tessuto i fili di una preziosa ragnatela.
Ora sull’erba su cui un dio vomita vento
io dormo il sonno di un inquieto poeta
e nel sogno di nubi a cui rubare la pioggia
io piovo sul fuoco della bocca che amo.


*

Ho pelle di sera adesso,
il cuore cullato dal crepuscolo,
un sorriso stanco e mite,
come una speranza arresa.
Ma voglio esserci ancora
perché da qualche parte ancora
qualcosa sorride ancora.
E posso esser vivo e qui,
con un fiammifero contro la notte.

*

Suono come un’arpa
la mia ragnatela
e lascio sorridere
le mie labbra nere.
Suono con lunghe dita
su fragili corde di colla,
piano, in un vicolo buio
perduto in una tasca del tempo.
Sulle corde si muove una luce
e sul mio volto una gioia nera.
Ho solo una tragica
fame di farfalle.


*


Il mio furore è della tenebra ferita.
Splendo di buio infinito
che ha brani di luna tra i denti.
Nero è il mio splendore.
Incedo nell’aura della morte.
Spada è la mia nudità,
snudata a fendere il cielo.
Io celebro i funerali del sole.
Serbo nel cuore una parola incendiaria.
A lei e me do sepoltura nel silenzio.
Celebra tu, ma non t’imploro,
l’estremo saluto al mio tacere.


*

Ho dato il mio cuore di fuoco
alle dita di demoni adolescenti.
Essi vi giocano
con sorrisi accesi
e ne fanno trottola
dentro al cerchio loro.
Così libero posso andare svagato
senza ornamento di fragola nel petto.


*


Vomito boschi dalle erbe odorose,
unicorni dalle storie millenarie.
Con un solo filo dei miei pensieri
giovani marinai dimenticano il mondo
intrecciando con dita di scheletro
gasse degli amanti e nodi dai nomi
che i loro figli mai nati
non smettono ancora di inventare.
Ciò che si muove nel mio ventre
è l’intero mondo,
bagnato fradicio, fino al cuore di fuoco,
dalla pioggia splendente della vita.
Ma sarò solo una gabbia d’ossa
se ora tu non verrai ad amarmi.
Sarò il cimitero dei miei popoli iridati,
degli arcani baciatori,
dei miei incendiari poeti.
Sarò maestoso nubifragio di tristezze
se solo tu ora non verrai.


*


Malinconie invecchiano con me.
E stanche mi aiutano
A disseppellire una luce.


*

Dammi la strada.
Dimmi dov’è
che non è santa la mia nudità.
Io ci andrò,
col mio nudo di frutto,
con le labbra rosse
per il canto di fuoco.
Dimmi dov’è
che l’amore è un errore.
Io ci andrò,
col mio cuore ferito,
e sbaglierò.
Sbaglierò tutte le volte.
E tutte le mie tristezze
si imbratteranno di sorriso.
Dimmi dove,
e io ci andrò.
La mano intrecciata allo scandalo.
Gli occhi puri.
Il sorriso nel cuore,
come un fiore sull’acqua.
Dammi la strada.

*


Tolgo il kimono di seta al mio dolore.
La sua nudità porta un nome di fiore.


*

Ho una lumaca che segna il mondo con la sua bava di luce.
Ho una foglia che una sola volta lascerà l’albero per la terra.
Ho un sasso che è stato scelto per una strada di paese.
Ho una medusa che danza la sua bruciante trasparenza.
Ma non so, io non so qual è la mia.
Non so qual è, ma c’è una mia lumaca qui,
e segna strade di luce in questo mondo.
Ho una nuvola indaco non ancora madre di piogge.
Guardo il cielo, io, 
e non so qual è la mia.

*** 




Blog 7 Isole. Per segnalazioni: blog7isole@yahoo.it -- Pagina Facebook "Blog 7 Isole (Eolie) - Mettete "Mi Piace" alla Pagina e Seguiteci.

Nessun commento:

Posta un commento

Lascia un Tuo Commento. (non usate turpiloquio)