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venerdì 1 novembre 2013

Poesie tratte da "MADREPERLA" di Davide Cortese (LietoColle, 2013)




Davide Cortese

 "MADREPERLA"

*

IN TE

Sono in te,
come il chiodo di garofano
nel frutto di marzapane.
So un buio che posso dire
soltanto alla tua luce.

 *

MISTICA DEL VENTO

Mistica del vento
nel segreto detto all’albero
a fior di labbra,
con antica dolcezza.
Incantagione
sul fiore del ciliegio.
Cosa sa il frutto che io non so?
Ne mangio con avidità
e sono ebbro del suo mistero.
Mordo la polpa di un arcano.
Il mio solo tempio
è questo bosco sacro:
la divinità ha rami come le mie vene,
e  foglie verdi che disegnano il mio profilo,
e corolle in tutto simili
alla natura della madre mia.
Ho fede nel colore del frutto,
fiducia nella bontà del suo profumo,
credo nella sua bellezza innocente,
nella sua audace tenerezza,
credo nella durezza del nòcciolo,
credo nel suo sapore di vita
e professo la difesa della sua purezza,
che è la mia stessa ineffabile purezza.
Non sono forse frutto, io?
L’amore solo io prego:
mordimi piano, dico,
ho labbra di ciliegia.


*

So che col tempo mi si scrollerà di dosso
la luce che i tuoi occhi adesso
posano dolcemente su me.
Per lungo tempo non ti toccherò,
  la mia pelle avrà memoria di te.
Forse dimenticherò la tua voce.
La tua vita mi sarà straniera.
Sei qui ancora un po'.
E non sappiamo dircelo
se questo è un addio.
Quest'attimo cede al futuro.
Non possiamo fermarci qui.
Guardami di più negli occhi.
Siamo qui un poco ancora.

*

IO SONO LO STRANIERO

Io sono lo straniero.
C’è il mio sigillo su queste parole.
A voi, a te: straniero.
Il mio sigillo su parole perdute.
Sono senza città, io.
Delle strade quanto del vento.
Neppure le ossa sono il mio confine.
Abito la vita.
E vado.
Comunque voi mi amiate,
comunque voi mi odiate,
io vi sono straniero.
E straniero sono a me stesso.
Non c’è malvagità in questo,
né solitudine, in questo, credete.
Solo misteriosa vita.

*

DIMMI

Dimmi il profumo della salvia,
dimmi il muschio.
Che ora mi culli solo
la parola a lungo taciuta.
Ho cuore d’elfo, adesso
e  nome d’immaginario fiore.
Sii terra su cui io possa nevicare.
Dimmi il muschio,
e mentre mite lo dici
sia il tuo petto
il nido del mio volto.

*

INDUGIO

Una collana di bacche rosse
sulla mia pelle d’amante.
Il vento sulle labbra
e la malizia del sorriso.
La strada di foglie fresche
sotto i piedi nudi.
L’albero di antichi frutti.
La notte vellutata
sui miei sogni di sole.
E  l’amore,
all’ombra dimenticata
dell’albero generoso.
L’indugio davanti a te.
Il silenzio intorno
e il fragore nel petto.
La luce che esulta negli occhi,
l’adolescenza del sorriso,
l’audacia della bellezza.
Il desiderio.
E sulle foglie verdi
tu.

 *

IL SOLE

Quando infine saremo insieme
le nostre ombre sulla strada
ci chiederanno di voltar loro le spalle.
E noi non vedremo altro che il sole.

*

MIRACOLO

Quando vedeva l’arcobaleno
mia madre gridava il mio nome.
E io correvo a vedere quel miracolo.
E avevo lo stesso sorriso di lei.

***


PREFAZIONE
Leggere le poesie di Davide Cortese è come passeggiare per una campagna assolata, o per un bosco, o in riva al mare. Questa è la sensazione di freschezza che si riceve dalle sue parole. Ma bastano le sensazioni per dare una misura estetica, per stabilire una qualche cifra di verità che ci indichi il valore del libro? Non bastano, ma sono comunque un segno innegabile di poesia.
Mi pare che Davide Cortese abbia le carte in regola e sappia scegliere con accuratezza il suo argomentare che è fatto di delicatezza, di annotazioni, di metafore che riescono a focalizzare le immagini rendendole precise  e dense di energia. Anche nei componimenti brevi Cortese è efficace e il suo lirismo non si disperde, anzi spesso trova maggiore forza e così nascono vibrazioni che durano a lungo dentro chi legge e lo accompagnano a volte per intere giornate.
Si avverte che il poeta ha operato una distillazione dei pensieri e di tutto il suo mondo sia interiore e sia esterno e in questa distillazione tuttavia è riuscito a mettere tutta la passione che lo anima, tutto il suo stupore.
Il dato più appariscente è la chiarezza su cui si regge quel suo lirismo che viene da lontano (mi va di azzardare che Cortese abbia avuto una buona frequentazione dei lirici greci e dell’Antologia Palatina, oltre che degli autori del nostro primo Novecento come Giuseppe Ungaretti e Umberto Saba).
E’ certo che di Ungaretti e di Saba egli è in qualche modo debitore, perché ne ha saputo trarre giovamento e ha saputo soprattutto poi uscire dal loro peso arrivando a esiti personali che sanno trovare note (non adopero la parola a caso) capaci di assecondare le “rivelazioni” della sua parola.
Mi pare evidente che il nostro poeta, pur avendone conoscenza e frequentazione, non si è giovato della lezione dei  minimalisti, degli illustratori d’accatto che hanno creduto che fare poesia sia porre su una scacchiera le pedine (oggetti, idee, frasi, masticamenti di seconda mano), ma si è giovato del sangue e del lievito della grande tradizione ed è per questo che è riuscito a raggiungere una qualità linguistica e poetica convincente, priva di orpelli, e mai gratuita.

Dante Maffia
 





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